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Il libro delle facce

31 Dic

image Intendiamoci. Facebook non credo che sia il demonio. Facebook è semplicemente una finestra attraverso cui guardare la nostra società. E se Facebook talvolta non ci piace, non è colpa del programma di per sé, non è colpa dell’algoritmo che lo ha generato, ma di chi ne fa ormai largo uso. Prendo spunto dalla vicenda del padre che ha trovato postato sulla sua bacheca, giorni fa, il famoso programmino che sta andando molto di moda in questi giorni: lo avrete certo visto e rivisto fino alla nausea. Sto parlando di “È stato un anno straordinario, grazie a tutti per aver contribuito a renderlo tale”, e via foto e post e altre sciocchezze. Solo che, nel caso del suddetto tizio, l’algoritmo ha scelto come foto di copertina quella della figlia di sei anni deceduta nel corso dell’anno per un tumore. Non proprio una scelta appropriata. Niente di grave, in fondo: un algoritmo sceglie casualmente, non sta a guardare sentimenti, stati d’animo e altre umane necessità. Il padre s’è lamentato del gran cattivo gusto, la cosa ha avuto un’eco come sempre spropositata, e via giù con processioni di scuse, di cenere sul capo e scene di contrizione generalizzata. (Ecco l’articolo per chi fosse interessato.) Però il problema sussiste. E penso che sussisterà sempre. Facebook non ammette la sofferenza. Non ammette fallimenti, dolori, perdite. Siamo noi esseri umani che cerchiamo di dare a questo programma una sua morale che, stringi stringi, assolutamente non ha. La cosa che salta lampante agli occhi, se ci si ferma a pensare un secondo, è che non esiste altro tasto su Facebook del “mi piace”. Non si può dissentire. Non ci si può indignare. Non c’è un tasto “non mi piace”. image Ed è stato concepito così di proposito. La vita che popola Facebook è una vita di persone vincenti, di gente che è sempre fuori in giro a vivere, sempre sorridente nei “selfie”, patinata e sicura di sé, dai pensieri profondi e dalle mitiche avventure. Sul social network per eccellenza noi dobbiamo essere sempre positivi, colti, interessanti, belli, prestanti, ricchi, in una parola che riassuma tutto, dobbiamo per forza essere “fighi”. Del resto, il programma lo ha inventato un nerd di un College americano, tale Mark Zuckerberg. In America da sempre non sono ammessi i fallimenti, le lacrime, il tono minore. Tutto deve essere trionfale, sensazionalistico, a lieto fine. A pochi frega che tu abbia perso il cane, un figlio, abbia divorziato o stia semplicemente male, ma a tutti importa dove tu abbia trascorso le vacanze, con chi ti sia fidanzato, e quante citazioni di Wilde puoi vantare sulla tua bacheca. Ma se perfino quando muore qualcuno di famoso l’unica cosa che possiamo fare leggendo la notizia che hanno postato è mettere “mi piace”! Cioè, “mi piace” se Tal de’ Tali è morto? No, macché! Quel “mi piace” in realtà significa che noi empatizziamo con la notizia, siamo vicini e partecipi nel lutto. Intanto, a conti fatti, resta solo un laconico “mi piace”. Ripeto. Siamo noi che influenziamo la rete, non il contrario. E noi ormai non facciamo altro che portare agli altri un’immagine falsa e posticcia di noi stessi, che quasi mai corrisponde alla realtà. Un po’ come avviene per il programma chiamato “Instagram”: tu fai una foto, normale, forse un po’ bruttina, banale, e poi grazie al fotoritocco la rendi interessante, brillante, artisticamente appariscente. Ecco, noi su Facebook abbiamo semplicemente ritoccato la nostra vita. Consapevolemente. Tristemente. Irreversibilmente.

AD MALORA!

 
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Pubblicato da su 31 dicembre 2014 in Pensieri.

 

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