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Archivio mensile:settembre 2011

Death Note

Mi sento giocherellone, oggi. E voglio proprio giocare. Ma giocare sul serio!

L’idea m’è venuta dopo aver chiacchierato con un’amica in quel momento molto furente, che ha espresso il desiderio di possedere un Death Note per poterlo usare a suo piacimento. Dopo che c’eravamo salutati, la mia fantasia è subito volata al quaderno della morte, al suo potere distruttivo e rinnovatore. Mi sono chiesto cosa avrei fatto se avessi posseduto realmente un quaderno capace di uccidere la gente. Tuttora non sono riuscito a formulare una risposta chiara. Ho le idee abbastanza confuse.

Ecco perché voglio giocare. Con chiunque abbia voglia di giocare con me.

È un gioco semplice e, come tutti i giochi immediati, è spietatissimo.

Vorrei solo che rispondeste con un commento alla mia domanda, che poi è la stessa domanda che mi sono fatto io:

COME USERESTE UN QUADERNO DELLA MORTE, SE NE VENISTE IN POSSESSO VERAMENTE?

OPS! Mi scuso con chi legge per la mia supponenza. È ovvio che non tutti hanno letto il Manga giapponese intitolato Death Note, né hanno visto l’Anime in 37 puntate o i film che ne sono stati tratti.

Allora, per chi fosse ancora ignorante in materia, riporto di seguito la spiegazione che ne dà Wikipedia anche se, con buona pace di chi l’ha scritta, alcune frasi le ho dovute riscrivere (AH! Italiano: questo sconosciuto!).

“Un Death Note è un quaderno immaginario dotato di poteri sovrannaturali creato dalla fantasia Tsugumi Ohba e Takeshi Obata, ideatori dell’omonimo manga.

Il potere del quaderno, di aspetto e dimensioni comuni ad un qualunque quaderno a righe scolastico, consiste nell’essere in grado di uccidere qualunque persona soltanto se ci si scrive sopra il nome, a patto che si verifichino certe condizioni, la principale delle quali è conoscere il nome e il volto della vittima. Solitamente questo oggetto è in possesso degli dei della morte chiamati Shinigami. In alcuni casi anche gli esseri umani possono utilizzarlo sebbene, come affermato da Ryuk (lo Shinigami protagonista del Manga, n.d.r.), un umano che fa uso di un Death Note è destinato ad un’esistenza meschina: infatti, sia nel Manga che nell’Anime, tutti i personaggi che hanno almeno una volta usato il quaderno, giungono ad una fine miserevole, morendo o perdendo la ragione.

Più ancora dell’intero oggetto in sé, è la carta delle pagine del Death Note la vera parte attiva del quaderno: se si strappa una pagina o un pezzo di pagina e lo si utilizza per uccidere, la maledizione funzionerà esattamente ed alle stesse condizioni come se la si fosse scritta sul quaderno intatto. Le pagine, inoltre, sembrano non avere fine: dopo anni di utilizzo anche intenso, il sottile quaderno continua ad avere sempre nuove pagine bianche su cui scrivere. È curioso notare, infatti, che le parole “carta” (紙  kami) e “Dio” (神  kami) sono omofone in lingua giapponese, pur scrivendosi con differenti ideogrammi.”

Insomma, se su questo Quaderno si scrive il nome di una persona, avendone bene in mente il volto, questa morirà nel giro di 40 secondi per arresto cardiaco. O, più nello specifico, si possono scrivere le cause della morte e le azioni che questo individuo può compiere prima di morire, a patto che esse siano realizzabili, e colui o colei le compierà, prima di morire nel modo indicato.

Penso che ora sia più chiaro il quadro. Vi invito ad andare a leggere il manga, o quanto meno a procurarvi il cartone animato in 37 puntate. Terrà la vostra mente incollata alla storia, davvero ben scritta e soprattutto ben ideata. Ma non volevo certo fare pubblicità al Death Note!

Ora lascio a voi continuare il gioco che ho appena cominciato.

Potete scrivere ogni tipo di commento, qualsiasi cosa vi venga in mente, anche soltanto dire che non potreste mai e poi mai usarlo perché andrebbe contro la vostra etica e morale. Qualsiasi cosa, anche la più assurda.

Però vi prego di una cosa: non siate banali! Se c’è una cosa che odio in un essere umano è la capacità di banalizzare anche i concetti più profondi. Cercate di pensare veramente a cosa fareste se veniste in possesso di una tale possente arma di distruzione. Non ve ne uscite con frasi tipo: “Ammazzerei Berlusconi e tutta la classe politica!”, o cose del genere. Usate la fantasia, siate aperti e pindarici. In una parola: divertitevi!

Io ho mosso il primo pedone. Ora tocca a voi muovere.

Sto aspettando.

 
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Pubblicato da su 21 settembre 2011 in Pensieri.

 

EVvIvA iL VaLlE OkKuPaTo!

AUGURI!

Oggi si festeggia il terzo mesiversario dell’occupazione del Teatro Valle da parte di alcuni lavoratori dello spettacolo. Mi associo pubblicamente agli auguri di tutti. Vorrei anche dimostrare tutta la mia solidarietà. La fatica e l’impegno per “salvare” il Teatro Valle sono encomiabili. Davvero. Così come l’entusiasmo e la propositività delle persone che sono entrate ad occupare uno dei simboli più fulgidi del panorama teatrale italiano.

Perché il Teatro Valle rappresenta in pieno il panorama teatrale italiano: un passato importante, un misero presente lasciato a se stesso, un futuro oscuro, incerto e altrettanto misero.

Sono un attore (e un autore) di teatro. Soltanto di teatro. Ho troppe poche conoscenze e non sono né l’amante né il parente di nessuno per poter fare altro nel mondo dello spettacolo. Nel Bel Paese funziona così. Funziona solo così. E chi sostiene il contrario, di norma, mente. Lo fa, di norma, per nascondere il fatto di essere l’amante o il parente di qualcuno. Sono stato spesso al Teatro Valle. Ho condiviso con i miei colleghi molti momenti di intensa compartecipazione tra i velluti rossi di quello che resta uno dei più importanti teatri di Roma e d’Italia. E al di là di tutto ho potuto cogliere umori e impressioni di molti attori e tecnici. Quindi elogi e critiche. Strenue difese e atti di accusa. Perché non la pensiamo tutti allo stesso modo. E deo gratias! Sai che noia altrimenti? Giustamente siamo gente di spettacolo. Gli attori, i teatranti, gli spettacolari, sono gente atipica. Non sono esseri umani come tutti gli altri. Altrimenti non farebbero questo mestiere! Dentro di loro alberga forte un senso egotico assoluto, oltre che una forte componente esibizionistica che altri sentono meno. Indipendentemente dalla formazione artistica di ogni attore, è l’esibizionismo, e poco altro, che muove un attore. E l’esibizionismo è figlio unico. Quindi, aver organizzato un evento come questa occupazione, nonostante la nostra categoria fatta quasi esclusivamente di “cani” sciolti, ha quasi del miracoloso.

Molti sono stati gli elogi per questa occupazione. E qualche critica, come è giusto che sia. Cercherò di elencare qui di seguito pro e contro così come lo ho sentiti e come mi vengono in mente, indipendentemente che io li condivida o meno. Mi sembra doveroso farlo.

Pro. Occupare significa alzare la voce. Quello del 14 giugno è stato un atto di affermazione di una categoria troppo spesso bistrattata e umiliata. Un gesto coraggioso e di grande responsabilità civile e sociale.

Contro. Molto rapidamente il comitato d’azione è diventato chiuso e dispotico, come se quell’occupazione fosse la sua. O peggio, come se la struttura del Teatro fosse di sua proprietà. Molti si sono lamentati di non poter avere libero accesso al Teatro Valle. Un teatro occupato, dicono, è un teatro di tutti. Non di pochi eletti.

Pro. Le persone all’interno hanno le idee chiare. Sanno quel che vogliono. Hanno fatto proposte sensate alle quali una categoria di politici pessima non ha nemmeno risposto. Ma loro vanno avanti in maniera strenua e solidale. È gente degna d’ammirazione che sta dando anima e corpo per una causa in cui credono.

Contro. Molti sono lì solo per fare vetrina. Sono attori, è ovvio che vogliano farsi vedere. Specie i volti noti, che così tengono viva la loro immagine. E chi opera nel vivo dell’occupazione, si dice, spera in cuor suo di poter trarre il massimo per la sua carriera da quest’avventura. Insomma, ideali sì, ma a proprio vantaggio!

Pro. Belle e interessanti iniziative sia serali che pomeridiane: discussioni, assemblee, proposte, spettacoli e soprattutto da elogiare l’iniziativa dei corsi di formazione. Per far crescere una categoria è giusto che ognuno sia consapevole dei propri mezzi e delle proprie possibilità. Il Teatro Valle offre anche questo e lo ha fatto ininterrottamente per tutto il mese di agosto.

Contro. Sì è assistito, spesso, a spettacoli indegni per un palco della portata del Valle. Chi seleziona gli artisti non lo ha fatto con la cura che il Valle avrebbe meritato. Oppure ci ha messo dentro amici e conoscenti (siamo sempre in Italia, del resto!). Quindi attori men che amatoriali, monologhi recitati col microfono, musicisti improvvisati, pochezza di contenuti e molta provvisorietà. È assurdo, inoltre, che in un teatro di prosa, si sia assistito più a performance musicali che teatrali.

Pro. La partecipazione è stata, ed è tuttora, sentita e totale. Serate spesso colme di gente, come il Valle non vedeva da tempo. Spunti di discussione interessanti, iniziative volte al miglioramento dello status quo, artisti anche di fama che hanno dimostrato gratuitamente la loro solidarietà. Un vero e proprio consesso di voci e di pensieri uniti in un unico scopo.

Contro. Poca professionalità all’interno del Valle Occupato. Molti degli attivisti sono appena usciti dalle scuole di teatro, alcuni nemmeno da scuole accreditate. Hanno ben poca esperienza di come si muova il mondo dello spettacolo e nessuna di come si gestisca un Teatro che solo a tenerlo aperto costa al Comune di Roma quasi un milione di Euro l’anno. Molti, insomma, vorrebbero fare gli attori, ma di fatto non lo sono. Mancano i professionisti veri, i mestieranti seri, cioè quelli che hanno alle spalle trent’anni di onorata carriera. Che, tranne che per qualche sparuto atto di presenza, non si sono ancora visti.

Pro. Un coinvolgimento verticale della popolazione e un’apertura senza eguali. Chiunque ha potuto dire la sua al Teatro Valle, dall’intellettuale alle persone del pubblico: abbiamo assistito a dibattiti aperti e civili, dove anche chi non concordava aveva in ogni caso il diritto a dire la propria. Sono stati momenti costruttivi e di grande impegno. Da cui sono scaturite molte delle idee sostanziali di questa occupazione.

Contro. Occupare in un periodo morto come giugno/luglio/agosto non significa alzare la voce. Significa inserirsi in punta di piedi tra una programmazione e un’altra. Non ha senso. E non si dà fastidio a nessuno, in pratica. Dicono: vedrete che quando comincerà la stagione 2011/2012 dovranno sloggiare da lì! Sarà stata per loro solo una bella esperienza che ricorderanno con piacere. Niente di più!

Mi fermo qui. Molti altri discorsi che ho sentito non sono interessanti o entrano troppo nello specifico. E non voglio annoiare il lettore. Però, visto che è il mio blog, desidero comunicare anche il mio punto di vista. Mi sembra il minimo!

Ero entusiasta dell’occupazione all’inizio. Mi sembrava davvero una spinta forte per cambiare veramente le cose. Però non sono mai stato molto fiducioso dell’operato dell’essere umano. Troppo spesso l’uomo tende a rovinare le occasioni che ha per le mani. Dotato di sano scetticismo, ho continuato a seguire le gesta del Valle Occupato con interesse, almeno fino a quando non sono spuntati striscioni con su scritto “NO TAV”, inni contro Berlusconi, discorsi filo comunisti, e solidarietà verso centri sociali e affini. Il mio entusiasmo è sceso molto. Non si è esaurito, ma devo confessare che mi sono molto raffreddato. Mi sono vantato da sempre di essere troppo intelligente per essere di destra e troppo stupido per essere di sinistra. Insomma sono (o tento di essere!) un artista. E la fortuna di un artista è che può non schierarsi né da una parte né da un’altra. L’arte è libera da queste pastoie, altrimenti non avrebbe più ragione di esistere. Cercare di ingabbiare l’arte in un dato schema politico è come tentare d’ingabbiare l’atomo per produrre energia: lo si può fare ma fino a quando non succede l’irreparabile.

E invece, in Italia s’è sempre assistito a questo assurdo patto di non belligeranza tra destra e sinistra: la destra governa, la sinistra si occupa di cultura. Sarò impopolare ma secondo me la cultura accoppiata alla politica ha creato solo danni e ne creerà tanti altri in futuro. Forse sono solo un utopista quando chiedo un Teatro lontano dalle vicende politiche e dagli schieramenti faziosi. È vero. Non accadrà mai. Ma in questo non sono dissimile da chi ha occupato il Valle tre mesi fa. Anche loro stanno dando voce ad un sogno, forse irrealizzabile. Eppure vanno avanti comunque.

Io auspico per l’arte il totale distacco da tutto quello che può essere bassa politica sinistroide. È un utopia. Ma se dobbiamo sognare tanto vale farlo in grande.

Ad maiora… o come ha commentato argutamente un amico: AD MALORA!

 
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Pubblicato da su 14 settembre 2011 in Pensieri.

 

Carpe diem

Tu ne quaesieris (scire nefas) quem mihi, quem tibi

finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios

temptaris numeros. Ut melius quicquid erit pati!

Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,

quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare

Tyrrhenum, sapias, vina liques et spatio brevi

spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida

aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

Traduzione:

Tu non cercare (non è dato saperlo) quale termine ultimo a me,

o quale a te, abbiano dato gli dei, Leuconoe, e non azzardare profezie Babilonesi.

Quant’è meglio sopportare tutto ciò che accadrà, qualsiasi cosa verrà!

Sia che Giove ci abbia assegnato molti inverni, sia che come ultimo ci tocchi

questo, che ora fiacca contro le opposte scogliere il mar Tirreno:

sii saggia, filtra i vini, e ad un breve spazio di tempo smorza la speranza.

Mentre parliamo, il Tempo invidioso sarà già fuggito:

cogli l’attimo, il meno possibile fiduciosa nel futuro.

 
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Pubblicato da su 12 settembre 2011 in Poetica.

 

Un’occasione sprecata

Se il cinema, per stessa ammissione dei loro creatori, era un’invenzione senza futuro, la televisione un futuro ce l’aveva, eccome! Eppure gli esseri umani riescono a rovinare col loro modo di fare anche le invenzioni più brillanti. Ahimè!

Non guardo più la TV con assiduità da almeno dieci anni. Un po’ per perdita di un reale interesse, un po’ perché da buon intellettuale, quale m’illudo di essere, ho il dovere per costume d’allontanarmi da uno spettacolo che ritengo preconfezionato e nazional-popolare. E devo ammettere che spegnendo lo schermo della TV, mi si sono accese tante altre possibilità che credevo estinte o riservate a pochi eletti. È come quando da bambini si trascorreva un mese in una casa al mare rigorosamente senza televisione. Dapprima sopraggiungeva un senso di smarrimento, ma dopo qualche giorno sentivi come se un peso ti fosse stato tolto dal cervello. Eri in vacanza! Anche dalla TV. Ecco, per molto tempo mi sono sentito come in una vacanza continua, senza orari, senza telegiornali che scandivano pranzo e cena, senza fiction, talk show, senza niente di tutto questo. E di contro ho potuto scoprire la lettura di un libro, di un quotidiano, le infinite possibilità che offre Internet, o uscire con gli amici e ignorare felicemente qualsiasi divetto o velina del piccolo schermo di cui si parlava.

Sinceramente non mi sono mai pentito della mia scelta, e tuttora ritengo che sia stata una mossa felice per me.

Eppure, qualche tempo fa ho cominciato a farmi domande più serie su ciò che letteralmente mi circonda (mi capita sovente quando m’annoio!) e di conseguenza anche sulla televisione che sta, silenziosa, davanti al mio letto. Mi sono chiesto: perché la gente ci resta appiccicata anche sedici ore al giorno come se fosse ipnotizzata? Quale benefici ne trae? E cos’è che ci sta dietro? E più lo spessore delle TV diminuiva, più la necessità di avere risposte cresceva! Come m’accade sempre di fronte a domande d’attualità a cui non riesco a darmi una risposta, provo a scavare nel passato. È il mio metodo. E in questo caso specifico a quando la televisione mosse i suoi primi incerti passetti nei salotti, nelle cucine, nelle stanze da letto di ogni famiglia del globo terracqueo: verso gli inizi degli anni ’50 del XX secolo. A quei tempi c’era un solo canale, tutto in bianco e nero, nessuna diretta, e potevi guardare solo programmi di divulgazione, d’informazione, di cultura. Addirittura, si può a ben diritto affermare che nel nostro Paese è stata la TV, più che la scuola, che ha contribuito alla diffusione dell’uso corretto della lingua italiana (e che invece oggi tende bellamente a mortificare. Ironia della sorte!). Come molti credevano allora, la TV era l’invenzione del secolo, la base d’appoggio su cui costruire un mondo migliore, un’infinita serie di opportunità.

E ben presto la televisione entrò in ogni casa di ogni regione di ogni nazione civilizzata, occupando sempre di più uno spazio maggiore. Del resto, era una novità, era una meraviglia tecnologica. E in qualsiasi cosa che tende a espandersi tanto rapidamente, c’è sempre chi fiuta l’affare e vuole mettere le mani su una fetta di guadagno. Cambiano le prospettive, cambiano i tempi, e di conseguenza mutano i programmi. Nasce la pubblicità, innanzitutto, poi la TV a pagamento, nascono gli sceneggiati e i quiz canori, il telegiornale, le trasmissioni sportive e i dibattiti politici. Insomma, in una parola nasce l’industria della TV. Più avanti con gli anni, assistiamo alla nascita delle prime televisioni private e al conseguente regime di concorrenza, nascono i programmi di puro intrattenimento, nasce il canone (che immediatamente diventa un’imposta!) e i palinsesti televisivi, che altro non sono che una regolamentazione degli spazi pubblicitari a pagamento. Le reti televisive vengono lottizzate e date in pasto ai partiti politici che s’accaparrano una fetta di guadagni e di onore. Per finire con l’assurda era della digitalizzazione (creata al meschino scopo di arricchire i soliti noti che, in questo caso, vendono i decoder!), alle fiction mal recitate, agli amici di Maria, ai telegiornali pilotati, ai programmi musicali coi messaggini in sovrimpressione e ai comici che cercano di strapparti un sorriso a furia di tormentoni. Insomma, siamo scesi ad un tale livello di sottocultura, di pochezza e di squallore che, oggi come oggi, accendere la TV equivale a farsi fare una lobotomizzazione senza anestesia.

Ed è qui il punto. Qui suonano le dolenti note! Se si trattasse solo un problema d’impoverimento culturale, come superficialmente si pensa, sarebbe possibile tornare indietro, no? È vero, sarebbe uno sforzo grande, ma col tempo la TV potrebbe riacquistare la dignità persa. Ma nella realtà delle cose è pressoché impossibile. Il fatto è che la televisione fatta così (e non altrimenti) serve. Anzi, è oltremodo necessaria. Chi governa s’è reso conto ormai da almeno trent’anni che la TV è uno strumento potentissimo, molto più efficace della stampa e, per il momento, della Rete. È capillare perché è presente in ogni appartamento, è diretta perché è alla portata di tutti, ed è semplice usarla a proprio vantaggio. Ed è stata studiata negli anni e poi messa in atto una tattica funzionale e nemmeno troppo originale: già gli antichi Romani l’avevano attuata con pieno successo. Ricordate il famoso detto “PANEM E CIRCENSES“? Che tradotta al giorno d’oggi suonerebbe così: dai allo spettatore medio una buona dose di calcio, culi e disinformazione, condita con una serie massiccia di messaggi promozionali mirati all’appagamento di bisogni la maggior parte dei quali inutili, e costui non si porrà domande scomode e potenzialmente sovversive. In parole povere, è stata creata un’arma di distrazione di massa al servizio dei potenti per rincoglionire il cittadino e distrarlo da quelli che sono i suoi bisogni reali, bisogni che ormai non conosce nemmeno più. Il tutto volto a creare una generazione di cittadini assopita, istupidita, e asservita. È come tornare di colpo al Medioevo, con una sottile differenza, però: mentre il servo della gleba era consapevole di essere uno schiavo ignorante senza molte possibilità, all’uomo moderno s’è data l’illusione d’essere libero e sapiente, padrone delle proprie necessità e in pieno possesso della conoscenza.

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E considerate che siamo in Italia, un Paese all’acqua di rose, il Paese delle barzellette e della pizza. Provate ad immaginare questo meccanismo applicato su larga scala, tipo per esempio negli Stati Uniti, dove la TV è in mano a Multinazionali private in aperta concorrenza tra di loro e con agganci in ogni settore produttivo e politico. Non è un caso, in effetti, che gli americani siano il popolo che in assoluto riesce a sorbirsi una quantità di cavolate, bugie e messaggi subliminali che hanno dell’incredibile. Senza battere ciglio!

In sostanza, quella che avrebbe potuto essere un coacervo di possibilità per crescere e per migliorare, in mano agli uomini ha finito per diventare un’altra occasione sprecata, l’ennesima, una delle più cocenti delusioni del secolo scorso. Certo che non impariamo mai, eh?
Ps.  Chiudo con un consiglio rivolto a chi vuole avere a che fare, in ogni caso, con la TV. Siete liberi di continuare a guardarla, anzi, soltanto ricordate una cosa fondamentale: tutto ciò che passa in TV è finto. Ogni Cosa. Niente è verità e nulla è lasciato al caso. Non c’è assolutamente niente di reale in televisione, è scritto tutto, tutto è stabilito in precedenza, dal disturbatore che entra in trasmissione per interrompere e creare scompiglio alla telefonata da casa che dice alla conduttrice stravolta che suo figlio ha avuto un incidente. Ho lavorato in televisione, so come funzionano le cose. Vi faccio due esempi significativi:

  1. Forum. Le persone che dibattono i casi sono tutti attori, qualcuno professionista qualcuno no. Vengono convocati qualche ora prima della registrazione, studiano la parte, ciò che devo dire, prendono spunto da una specie di canovaccio e quando s’accendono le telecamere improvvisano su una trama stabilita. Dovrebbero dirlo al pubblico, ma ovviamente sono anni che non lo fanno.
  2. Grande Fratello (e reality vari). Ogni cosa che avviene in quella casa è pilotata. Dalle love story, ai litigi, e addirittura alle caratterizzazioni dei vari personaggi che interagiscono. Del resto, mi spiegate a che servono degli autori in un programma il cui format si basa su delle persone chiuse in una casa a socializzare? Gli autori di norma scrivono. in questo caso scrivono situazioni, battute, storie che poi chi sta dentro reciterà. Altrimenti, non potete immaginare che noia sarebbe guardare quella trasmissione (personalmente ritengo che sia noiosa anche così!).

Sono solo alcuni esempi, ma vi assicuro che anche tutto il resto segue queste direttive: talk show, quiz a premi, concorsi vari, telegiornali ovviamente, programmi d’approfondimento. Non c’è niente di vero, fidatevi!

Ad maiora.

 
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Pubblicato da su 10 settembre 2011 in Pensieri.